Il Mondo Nuovo: l’utopia-distopia.

Attenzione: questa è un’analisi critica. Quindi:

  1. Analizzo tutto il libro: trama, personaggi, messaggio, con anche riferimenti filosofici e spunti di riflessione.
  2. Faccio spoiler. Leggete il libro e poi questa recensione.

Ho appena finito di leggere Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley e probabilmente non sono ancora mentalmente uscita dal suo universo… E sono ancora spaesata, sia nel bene che nel male, manco avessi letto Verga. Spero di riuscire a rappresentarvi il mio straniamento nell’analisi critica di oggi che, come al solito, conterrà spoiler.

Partiamo dal principio: 1984 è uno tra i miei libri preferiti. Non ho letto molte altre distopie (oltre alla fattoria degli animali, avevo iniziato Fahrenheit 451 di Bradbury ma non l’ho mai finito per motivi che non sono dipesi da me ed è ancora nella lista dei libri che devo terminare), ma generalmente questo tipo di libri mi piace perché mi fa riflettere; e, sapendo che il Mondo Nuovo è una distopia e avendo visto su facebook un interessantissimo confronto tra i due libri in versione fumetto (che vi consiglio di vedere perché è davvero molto stimolante), un po’ mi ero fatta un’idea di che cosa mi sarei trovata davanti.

Quando però Huxley me l’ha sbattuto in fronte, questo Nuovo Mondo… Ci sono davvero rimasta di sasso. Perché questa non è una distopia. O meglio; non è una distopia nel senso in cui lo è 1984; perché lì almeno una cosa era certa: tutto, ma non quello. Non si poteva salvare assolutamente niente, di questo futuro: tutto era orribile. Ecco, invece, il primo elemento straniante: nel mondo che viene presentato, questo Nuovo Mondo, gli abitanti sono felici. A loro non manca niente: non muoiono, non si ammalano, non soffrono, sono in pace, hanno quello che vogliono, lavorano quanto vogliono, sono contenti della loro condizione, non desiderano cambiare niente.
Qual è il problema, qual è ciò che ci fa storcere il naso? Che sono stati condizionati ad essere felici. Gli strumenti sono i più moderni e avanzati: ormai la fecondazione è completamente in vitro e automatizzata, non esistono più parti e gravidanze, e gli embrioni vengono, già nel loro processo di sviluppo, trattati con speciali provvedimenti in modo tale da renderli fisicamente e chimicamente diversi tra di loro in base al lavoro che faranno da uomini; in seguito, l’ipnopedia, cioè l’insegnamento di slogan mnemonici durante il sonno, impianta nella loro mente delle frasi (ognuno è di tutti, è meglio buttar via che aggiustare, la civilità è sterilizzazione) che diventano verità a causa delle continue ripetizioni e che verranno poi contestualizzate nell’educazione in comunità. Qui, i bambini imparano sin da subito che i loro capricci sono legge: qualsiasi desiderio che abbiano, che sia cibo, rifiuto del dolore, appagamento sessuale o gioco, viene incoraggiato e soddisfatto nel minor tempo possibile, purché sia in linea con gli standard della comunità (quindi giochi solo con attrezzi perché altrimenti sono inutili all’economia, ad esempio). Imparano, ma già sanno dall’ipnopedia, di essere divisi in caste (Alfa, Beta, Gamma, Delta, Epsilon) di decrescente importanza nella scala sociale e di conseguenza di decrescente intelligenza e individualità; e ognuno di loro disprezza i suoi inferiori e ammira i superiori, ma non desidera cambiare le cose perché ama il suo stato e sa che tutti sono necessari per il bene della società. Diventati adulti, questi abitanti del Mondo Nuovo hanno tutto ciò che potrebbe desiderare un bambino di trent’anni: tutte le donne che vogliono, i film odorosi, i giochi, le orge, il lavoro che sono stati condizionati ad amare… E, per qualunque preoccupazione, c’è il soma, questa magica droga che cura ogni male e che li fa partire per una temporanea meravigliosa vacanza. Si mantangono giovani fino a sessant’anni, non si ammalano mai e muoiono in pace, imbottiti di soma. Tutti i mali storici dell’umanità, quelli che i filosofi hanno sempre considerato la causa dell’infelicità umana, sembrano essere stati debellati: morte, sofferenza, malattia. Schopenhauer diceva che l’uomo non può mai essere felice perché ha più desideri di quanti potrà mai appagarne, e il tempo tra un desiderio e la sua realizzazione è troppo lungo; ma qui ogni desiderio, ogni capriccio è quasi immediatamente appagato per volere dello stato, e tutti sono felici.

Perché, allora, c’è qualcosa che non va? Perché, dopotutto, questo non è il mondo che vorremmo?

Perché non ci sono libri né filosofi, non c’è monogamia né amore, non c’è famiglia né amicizia: tutti i legami sono superficiali, destinati a sciogliersi in breve periodo. Ognuno è di tutti, recita uno dei motti della società del Mondo Nuovo; e infatti ognuno dei cittadini è parte di un enorme meccanismo, un anello di una gran catena di montaggio, mantenuto saldo al suo posto per condizionamenti e appagamenti di desideri, ma senza alcuna possibilità di individualzzarsi, di distinguersi, di svilupparsi autonomamente o di accrescere la propria cultura personale. Non a caso, la divinità del Mondo Nuovo è Henry Ford, il primo applicatore della catena di montaggio, l’inventore della Ford modello T (che è il nuovo segno della croce), il primo vero e proprio capitalista, l’inizio di una società votata al consumismo. L’altro modello è un Freud male interpretato (viene confuso con Ford in questo mondo – si pensa siano la stessa persona), che insegna che i bambini hanno una sessualità che va incoraggiata, che il mondo è pieno di padri e di madri che attentano alla nostra felicità e che la famiglia è nociva e fonte di dispiaceri. Padre e madre sono insulti, pneumatico è un complimento, i capolavori letterari e artistici sono stati distrutti, la storia non esiste più, tutto ciò che è vecchio è privo di importanza. È la distruzione di tutti i valori nobili della civiltà occidentale in nome del progresso, del benessere, della felicità; e in effetti questi obiettivi sono stati raggiunti egregiamente. Con il prezzo di una trasformazione in automi, in bambini che piangono per il giocattolo che desiderano e il governo-mamma che sorridendo li vizia fornendoglielo. Per approfondire il background filosofico dietro al Mondo Nuovo, vi consiglio il confronto con lo stato ideale proposto della Repubblica di Platone; non avendo letto il dialogo interamente non posso andare nei dettagli, ma ho notato – e Wikipedia conferma – che sono abbastanza simili come società (nonostante Platone ovviamente non avesse il discorso della catena di montaggio): entrambi propongono una società classista e immobile, in cui i cittadini sono spinti a diventare ciò che in realtà già sono e non hanno modo di cambiare la loro posizione sociale, non esiste più la famiglia… E poi la gente mi chiede come mai io detesti Platone anche se so che scrive bene.

In ogni caso questa parte, ovvero la descrizione della società del Mondo Nuovo, è quella obiettivamente più interessante del libro, e probabilmente rappresenta il vero scopo per il quale è stato scritto: parlare della visione pessimista e consumistica di Huxley del futuro che ci attende. Per questa esposizione, però, l’autore paga un prezzo molto alto: la sostanziale mancanza di una vera e propria trama. Come anche in 1984, anche qui si riflette lo stesso problema: come far scoppiare un conflitto personaggio-mondo in un contesto in cui questo conflitto è sistematicamente impedito? Nel capolavoro di Orwell, l’autore se la cava abbastanza bene perché il condizionamento avviene in maniera tradizionale, ovvero con i media, l’educazione, la lingua… Non si usa ancora la scienza. Ma qui gli umani nascono condizionati, crescono condizionati e muoiono condizionati: è ancora più difficile trovare l’anormale, quello che si batte contro tutti – e inevitabilmente soccombe, ma lo sappiamo già ancora prima di iniziare.

Huxley trova la prima scappatoia nell’inventare il personaggio dall’emblematico nome di Bernardo Marx: categoria Alfa-Plus, è uno psicologo specialista in ipnopedia a cui un errore nella creazione del suo embrione ha donato una statura troppo bassa per la sua casta (per altezza è paragonabile ad un Delta), che gli consente di provare la sensazione da cui gli abitanti del Mondo Nuovo rifuggono maggiormente, la solitudine. Inizia quindi a nutrire sentimenti di ribellione verso la società, a cercare la monogamia, a interessarsi di argomenti tabù come famiglia, rispetto e amore. Il povero Marx, però, non ne esce tanto bene: dopo essere riuscito, con uno stratagemma, a vendicarsi di chi si era burlato di lui e a salire alla ribalta, dimostra di essere stato, in tutto quel tempo, semplicemente invidioso del successo che non poteva ottenere e della civiltà che non riusciva a raggiungere e diventa, alla fine, niente di più degli altri. Anche lui viene annichilito, come Winston in 1984, dalla forza della società; ma, a differenza di Orwell, qui tutto accade perché intrinseco nello stesso individuo, destinato a essere tale prima ancora di avere la facoltà di decidere di esserlo, invece che spinto ad essere tale dalla massiccia propaganda e dalla tortura.

La seconda scappatoia, che io ho trovato in realtà un po’ noiosa, è il confronto con la Civiltà Primitiva: una riserva di Selvaggi, mantenuta per turismo, che risale al periodo B. F. (Before Ford), in cui vige una tradizione mescolata tra quella degli Zuni e il Cristianesimo: ecco che vengono quindi a convergere Gesù e divinità antropomorfe, Shakespeare e lingue Pueblo, in una grottesca sintesi che ha dell’incredibile. Qui cresce John, figlio naturale di due abitanti del Mondo Nuovo, fisicamente diverso dai membri della tribù per via della pelle bianca. Anche lui ha conosciuto la solitudine, anche lui sa cosa vuol dire essere isolati; e così stringe un improbabile legame con Bernardo, che è riuscito a ottenere un permesso per visitare turisticamente questa riserva, e con Lenina, una frivola ragazza Beta che lui si è portato con sé. Con uno stratagemma, Marx riesce a riportare John nel Mondo Nuovo con la madre, Linda, invecchiata nella riserva. Il padre, invece, riveste un importante ruolo nel Mondo Nuovo e ha sempre finora creduto che quella ragazza fosse morta; non sa di avere avuto un figlio, e questa scoperta lo farà licenziare dal lavoro. Ma, mentre la donna desidera soltanto morire in pace dipendente di soma, John, chiamato il Selvaggio, diventa un’attrazione mediatica per il Mondo Nuovo, facendo così salire la popolarità di Marx e di Lenina, di cui lui è innamorato. Il ragazzo, grande appassionato di Shakespeare, vorrebbe instaurare con lei un rapporto più autentico (la vede come una Giulietta del suo tempo) ma non riesce: Lenina è condizionata a considerarsi un pezzo di carne, desidera soltanto fare sesso con lui, e John è costretto a cacciarla per poi ritirarsi in isolamento, dopo aver assistito sofferente alla morte della madre e aver tentato invano di scatenare una rivolta.

In occasione di questo avvenimento, a cui tenta di partecipare anche Bernardo e l’amico Helmholz Watson (che ricopre un ruolo davvero marginale e di cui sinceramente avrei voluto sapere molto di più), John intraprende un lungo dialogo filosofico con il governatore Mustafa Mond, ex-fisico, uno dei personaggi psicologicamente più interessanti del libro perché uno dei pochi che, pur sapendo e potendo leggere e avendo letto molti libri, sceglie di vivere nel Mondo Nuovo perché è l’ultima realizzazione completa e totale del sogno della felicità umana. Per farlo, rinuncia anche al progresso scientifico, sua passione in gioventù, perché pericoloso in una società stabile, e a credere in Dio, perché con l’appagamento completo dei desideri non ce n’è più bisogno. Embematica è la frase conclusiva del dialogo, pronunciata da John prima di ritirarsi in isolamento (dove poi morirà impiccandosi): reclamo il diritto di essere infelice. È questo infatti l’unico modo per sottrarsi all’ipnotico vortice di piacere del Mondo Nuovo: l’infelicità, la malattia, la morte. E, con esse, la riflessione, la crescita, la cultura.

Questo è dunque il Mondo Nuovo, questo è il futuro consumista che Huxley ci prospetta, un futuro al quale ci stiamo sempre più avvicinandoci  (pensate ai telefoni la cui riparazione costa di più di un altro telefono – è meglio buttare via che aggiustare -, pensate ai film e ai libri di intrattenimento, senza trama e soltanto con grandi effetti speciali, che guadagnano milioni). È dunque inevitabile? Cosa dobbiamo fare per uscirne? A cosa siamo disposti a rinunciare per la felicità e l’appagamento dei nostri desideri? Esistono dei beni più importanti della felicità, ai quali non siamo disposti a rinunciare e per i quali reclameremmo, se ci fosse bisogno, il diritto di essere infelici?

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L’arte di ottenere ragione: quando bastardo non è abbastanza.

Attenzione: questa è una recensione, e quindi non faccio spoiler. Anche se sto recensendo un saggio…

No, non sono io che dalla lunga assenza mi sono rincretinita: è il libro che si intitola proprio così: l’arte di ottenere ragione esposta in 38 stratagemmi, di quel gran bastardo di Arthur Schopenhauer. Una piccola e preziosa perla di un irriverente filosofo dell’Ottocento, aggiunto (giustamente) all’albo dei maestri del sospetto Marx, Nietzsche e Freud: nel periodo in cui quel simpaticone di Hegel scriveva i suoi mattoni pesanti e incomprensibili sul reale e sul razionale, il suo antagonista Schopenhauer mostrava, in un libro molto più moderno, tutti gli stratagemmi utilizzati dalla dialettica per avere ragione, a prescindere dalla verità. Allora come oggi. Perché purtroppo:

La verità oggettiva di una proposizione e la validità della medesima nell’approvazione dei contendenti e degli uditori sono due cose diverse.
Da cosa deriva tutto questo? Dalla naturale cattiveria del genere umano. Se questa non ci fosse, se nel nostro fondo fossimo leali, in ogni discussione cercheremmo solo di portare alla luce la verità, senza affatto preoccuparci se questa risulta conforme all’opinione presentata in precedenza da noi o a quella dell’altro: diventerebbe indifferente o, per lo meno, sarebbe una cosa del tutto secondaria. Ma qui sta il punto principale. L’innata vanità, particolarmente suscettibile per ciò che riguarda l’intelligenza, non vuole accettare che quanto da noi sostenuto in principio risulti falso, e vero quanto sostiene l’avversario. Se così fosse, ciascuno non dovrebbe far altro che cercare di pronunciare soltanto giudizi giusti: quindi dovrebbe prima pensare e poi parlare.

Come avete potuto vedere, questo libro, impregnato del pessimismo caratteristico di Schopenhauer, è preciso, classificatorio, sarcastico, rivelatore, stronzo; qualunque cosa ci si aspetti da quel carattere amabile e cordiale. Fortunatamente, nonostante la pubblicazione postuma risalga al 1830-1831 a Berlino, lo stile è prevalentemente semplice e con sintassi lineare e comprensibile (anche se inframmezzata da citazioni classiche e da denominazioni in latino per cui occorre forse qualche rapida ricerca su internet), aspetto che vi permetterà di terminarlo quasi subito.

E quindi? La gioia è bella perché dura poco?
D’altronde, per citare proprio il nostro Arthur, la vita è un pendolo che oscilla tra dolore e noia, e l’arte è in grado di fornire solo una temporanea consolazione alla nostra sofferenza; ma, senza cadere troppo in depressione (anche se lui non sarebbe d’accordo), la soddisfazione più grande giunge alla fine della lettura.

Infatti, non vi dimenticate quello che leggete: quando vi capiterà di discutere in famiglia o con un vostro amico, o incapperete in un dibattito politico alla televisione, sarà con stupore che riconoscerete puntuali proprio alcuni degli stratagemmi elencati in questo fulmineo libretto e ne vedrete le conseguenze. Le pagine sono la teoria, la vita reale è la pratica: leggere per credere!

 

PS: per approfondire ancora di più il discorso, vi consiglio anche di leggere alcune fallacie logiche. Trovate qui un articolo sul Post che vi mostra le ventiquattro più comuni, che online, a casa o in televisione vengono spesso commesse per avere la meglio su un dibattito; e qui il sito che le raccoglie tutte e trecentocinquantadue. Non avete che l’imbarazzo della scelta!

Teresa Raquin: il libro del disgusto.

Attenzione: questa è una recensione, quindi non faccio spoiler.

Teresa Raquin, di Emile Zola, è un libro appartenente alla corrente dell’iper-realismo francese, definito dallo stesso autore un “grande studio psicologico e fisiologico”. Non ha tra le sue particolarità una trama molto intricata: Teresa Raquin è una ragazza che dall’età di due anni vive in casa di sua zia, sopportandone con fatica le abitudini ossessive e il suo attaccamento morboso al figlio Camillo, che poi è obbligata a sposare. La sua vita monotona e vuota, per cui si costringe a mostrare accondiscendenza e passività assopendo il suo istinto passionale, verrà sconvolta dall’arrivo di Lorenzo, amico di Camillo: un ragazzo muscoloso e forte, amante dei piaceri, mediocre pittore, con lo scopo nella vita di vivere a sbafo di qualcun altro. Altro non vi dico, per non rivelarvi troppo – e, a questo proposito, evitate di leggere le varie quarte di copertina e introduzioni: essendo un classico della letteratura, gli spoiler sono ovunque – anche perché il punto forte di questo libro sono i quattro personaggi principali, posti tutti sullo stesso piano: caratterizzati in ogni piccola sfumatura, tuttitutti!– agiscono per puro egoismo, ed è impossibile provare per loro anche un minimo accenno di empatia da pagina 50 in avanti. Ma l’autore se ne frega altamente, e anzi continua, con il suo stile impeccabile e trascinante, l’unico vero motivo per cui sono arrivata fino alla fine del romanzo, a descriverci ogni singola sfaccettatura di schifezza, dipingendo un’atmosfera cupa, sudicia e claustrofobica (gran parte della storia avviene infatti in una casa, praticamente in stato di decomposizione, esattamente come tutto il resto). È un romanzo asfissiante e crudo fino al midollo, pesante da leggere, il cui scopo, oltre all’analisi meticolosa della degradazione, sembra quello di schifare il lettore. La normalissima reazione, leggendo questo libro, è come minimo un bleah. Non mi credete? Per darvene un piccolo esempio, vi presento qui sotto l’incipit di questo libro, con in grassetto tutte quelle parole che danno un’atmosfera di pesantezza e di disgusto.

Alla fine di rue Guénégaud, venendo dal Lungosenna, si trova il paesaggio del Pont-Neuf, una specie di corridoio stretto e cupo che congiunge rue Mazarine a rue de Seine. Misura, al massimo, trenta passi in lunghezza e due in larghezza: è lastricato di pietre giallastre, scheggiate e consunte che, con qualsiasi tempo, trasudano un’acre umidità; la vetrata che lo sovrasta, tagliata ad angolo retto, è nera di sporcizia.
Nelle belle giornate estive, quando il peso del sole incendia le strade, una luce biancastra filtra dai vetri sporchi e si trascina penosamente nel paesaggio. Nei brutti giorni d’inverno, nelle mattinate nebbiose, i vetri vomitano la notte su quelle pietre umide, una notte sudicia e ignobile.

Ecco. Sono circa duecentocinquanta pagine – dipende dalle edizioni – e sono tutte così.
Se avete la forza di reggerle, contando che di trama c’è davvero poco e i personaggi mantengono i loro lati orrendi per tutto il corso del romanzo, allora è tutto vostro.

Analisi del 2014 del mio blog e ringraziamenti vari

Dunque.
I folletti malefici delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2014 per tutte le recensioni più una, e io l’ho visto e ne sono stata molto contenta.
Okay, lo so che sono ancora una sconosciuta, ma è il mio primo anno qui su WordPress e ho ottenuto ben 7 followers, uno dei quali di oggi, e quindi volevo ringraziarvi tutti tutti tutti personalmente e anche farvi un po’ di pubblicità per ricambiare!

Grazie a Lisa Agosti (visitate il suo blog, pubblica anche dei racconti carini), Michele Scarparo di Scrivere per caso (un blog interamente di racconti… ancora non ho capito come faccia sempre e comunque ad avere idee, beato lui), ClementeMarchi di Il vecchio mente (non ho ancora avuto modo di commentare i suoi post, ma lo farò presto, perché mi sembrano molto interessanti), Lupokattivo di Cinemanometro (fa recensioni di film, dateci un’occhiata), Articoliliberi di Frank Iodice, il cui blog si chiama allo stesso modo (nemmeno qui ho ancora avuto modo di commentare), riccardo1972franchini, il cui blog parla di ristoranti, e Giorgia Penzo, ultima che nomino e prima in assoluto a seguirmi, il cui blog presenta molti post interessanti che purtroppo non ho ancora avuto modo di leggere. Anche lei scrive racconti: non fate come me, leggeteli!

Ringrazio anche Wwayne, che non mi segue ma che mi ha lasciato dei commenti, e quindi si merita delle views in più in questo blog, la mia amica Lorena di RecensioniNoSpoiler e anche Heartsbane, che mi ha lasciato un commento che vale per tre e quindi si merita un po’ di pubblicità del suo blog – anche lui, mi pare di aver capito da un’occhiata veloce, scrive.

E infine pubblicizzo anche me stessa, perché ci sta, dai.
Se volete, mi trovate anche su Blogger, dove scrivo qualunque cosa che non sia recensioni di libri, e su Tumblr, in cui ci sono i post che riguardano la mia vita personale e quindi anche un sacco di cose depresse, nonostante il sottotitolo del blog sia “fanculo alla depressione, voglio ridere“. Purtroppo non sono sempre allegra, che volete farci?

Vorrei fermarmi qui, perché il conteggio delle parole mi diceva 394, ma vi do un assaggio del mio rapporto annuale.

Questo blog è stato visto circa 1.000 volte nel 2014. Se fosse un cable car, ci vorrebbero circa 17 viaggi per trasportare altrettante persone.

Ovviamente, ce la mettono tutta per farti sembrare famosissimo.
In ogni caso, cliccate qui per vedere il rapporto completo se ve ne frega qualcosa, e ovviamente un buon anno a tutti voi!

Ci vediamo l’anno prossimo!

Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino: cronaca pura.

Attenzione: questa è una recensione, e quindi non contiene spoiler del libro.

Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, di Christiane F., è un libro autobiografico di circa trecento pagine che parla della terribile infanzia della protagonista, Christiane, nella periferia di Berlino intorno agli anni settanta, tra fumo, droghe e prostituzione, scritto da lei con l’aiuto di due giornalisti.

Ciò che occorre sapere preventivamente prima di leggere questo libro è che è cronaca. Pura e semplice cronaca nera, come se fosse un lunghissimo articolo di giornale: la trama è una storia vera e tutti i personaggi sono persone reali, anche se viene storpiato il loro nome per motivi di privacy; è un’autobiografia piena di realismo molto crudo, che non racconta e che mostra davvero un altro mondo – almeno per quanto mi riguarda, dato che io non ho nemmeno mai provato a fumare una sigaretta.

D’altra parte, però, nelle autobiografie succede che, non essendo gli autori degli scrittori di mestiere, non sempre siano libri belli anche dal punto di vista puramente narrativo e stilistico; purtroppo, questo capita anche in questo libro, e in modo direi quasi esagerato. Palese dimostrazione è lo stile, che io ho apprezzato veramente pochissimo: consiste semplicemente nella coordinazione di due frasi smozzicate e spesso pure sgrammaticate. Posso capire che si tratta di un’altra manifestazione del realismo crudo di questo libro: dato che la protagonista ha lasciato la scuola a quattordici anni, di certo non ha proprietà lessicale e linguistica. Però, sentite: si tratta di gusti, e a me un testo sgrammaticato non piace, mi dà fastidio nella lettura, e quindi nemmeno in un libro in cui è fatto apposta lo apprezzo.
I personaggi, poi, nonostante siano persone reali, non hanno la caratterizzazione che avrebbero se fossero finti: non sono descritti fisicamente né caratterialmente, sono solo nomi falsi e azioni, sembrano delle marionette viventi ed è quasi difficile distinguerli nel marasma di persone che vengono introdotte nel romanzo.
La stessa protagonista, il cui punto di vista è quello prevalente, ha pochissima introspezione e non fa quasi mai riflessioni su se stessa.

Quando poi si parla di libri come questo, che raccontano di tragedie realmente accadute, io non me la sento di dire che mi siano piaciuti: ho come l’impressione di semplificare la tragedia, di denigrarla a semplice intrattenimento per dei lettori, e poi come posso dire che mi piace il fatto che una quattordicenne si prostituisca?

In conclusione, credo che questo libro vada letto se si ha intenzione di approfondire la situazione di degrado sociale che c’era a Berlino negli anni settanta, ma altrimenti, se il vostro desiderio è quello di leggere un bel libro anche dal punto di vista narrativo, allora lasciatelo perdere.

Lo Hobbit: un piccolo grande gioiello di libro.

Attenzione: questa è una recensione, quindi non faccio spoiler.

In occasione dell’uscita, prevista per il 17 Dicembre 2014, del film Lo Hobbit e la battaglia delle cinque armate, che rappresenta il terzo e ultimo capitolo dell’adattamento cinematografico di Peter Jackson in tre film del libro di Tolkien, mi accingo a recensire il libro da cui è tratto.

Dunque, eccomi qui con Lo hobbit che, a dispetto del film, è un libro solo, anche se denso di avvenimenti.

Pubblicato per la prima volta nel 1937, è il primo romanzo scritto da Tolkien ad essere ambientato nella Terra di Mezzo, e racconta le vicende prequel della celeberrima trilogia del Signore degli Anelli: Bilbo Baggins è ancora un hobbit molto giovane, e la mattina  in cui sta tranquillamente fumando una pipa di legno nel giardino di casa sua, non immagina minimamente che la sua vita possa venire sconvolta da uno stregone e da tredici nani, che gli chiedono di aiutarli a recuperare un tesoro custodito dal crudele drago Smaug, dopo un lungo viaggio pieno di avventure e imprevisti …

La trama è ancora molto semplice e lineare, e per il momento non contiene tutte quelle allegorie al potere supremo di cui invece il Signore degli Anelli è pieno, ma è sicuramente molto densa: pur avendo solo 280 pagine – o almeno così è nell’edizione digitale che ho io – succedono tantissime cose e non ci si annoia mai nella lettura, che procede rapida e scorrevole; i colpi di scena sono numerosissimi e sempre inattesi, e il finale, nonostante il libro sia un prequel ad una vicenda che già sapevo, giunge inaspettato eppure non contrastante con la storia e il carattere dei personaggi. I personaggi stessi sono tanti e ben caratterizzati, e nel loro insieme è facile scegliere chi è antipatico e per chi parteggiare; in più, alcuni evolvono nella vicenda e i nostri sentimenti nei loro confronti si modificano gradualmente, senza brusche sterzate e quasi senza che noi ce ne accorgiamo. Alcuni dei nomi ricorrenti si ritroveranno anche nel Signore degli Anelli: come non ricordarsi di Gollum, ad esempio, oltre che di Gandalf e dello stesso Bilbo Baggins, che ha un livello di caratterizzazione pari a quello di una persona vera, e persino in un dialogo la sua voce è perfettamente riconoscibile.

Lo stile è molto più fluido e semplice rispetto a quello aulico, solenne e forse a volte un po’ pesante del Signore degli Anelli, per il fatto che il pubblico a cui è rivolto il libro è più giovane; ma non per questo motivo è da denigrare, dato che il libro si legge molto rapidamente eppure si gode ogni singola pagina, e la narrazione è chiara e vivace ma non ingenua né tantomeno stupida o di demenziale facilità.

A mio parere, c’è persino una morale nel romanzo, ma è implicita e quindi non emerge la pedanteria che a volte risalta in libri che contengono un insegnamento.

Si tratta, insomma, di un libro meraviglioso, che, in quanto a perfezione letteraria, con un solo libro è ai livelli di Harry Potter, e chi mi legge sa quanto mi piaccia Harry Potter.

Leggetelo, leggetelo, leggetelo; e soprattutto, se non avete ancora visto i film, leggetelo prima dei film: ci sono alcune scene in cui gli attori ripetono le stesse identiche frasi che ci sono nel libro, e questi sono momenti sempre esaltanti per un lettore.

Allegiant: il finale col botto di una saga distopica degna di Hunger Games.

Attenzione: questa è una recensione, quindi non contiene spoiler.

Allegiant è l’ultimo capitolo della saga di Divergent di Veronica Roth ed è, tra tutti – mi spiace davvero doverlo ammettere, ma è così – quello che mi è piaciuto di meno. Non è un brutto libro, ma certamente ne esistono di migliori.

La trama continua esattamente dal punto in cui si era interrotto Insurgent: dopo aver visto il video di Edith Prior, l’insicurezza e la curiosità si spargono per tutti gli abitanti della città e, nonostante gli Esclusi, capeggiati dalla mamma di Tobias Evelyn, cerchino di sedare i tumulti sempre crescenti, si crea un’organizzazione, chiamata gli Alleanti, che intende restaurare il sistema delle fazioni e uscire dal confine della città per scoprire che cosa c’è. Così, un gruppo di persone mandate in recognizione, tra cui Tris, Tobias, Christina e Uriah, scoprirà che la loro città, a cui finalmente potranno dare un nome, è solo un puntino in un vasto mondo, e loro, tutti loro e le persone che amano, non sono altro che un gruppo accuratamente scelto per uno scopo ben più grande …

Ora, ripeto: sarà per colpa di uno spoiler enorme che ho ricevuto quando ancora stavo leggendo Divergent, sarà per altro, ma questo libro me lo sono goduto pochissimo.

I colpi di scena, anche quelli che non riguardavano lo spoiler, erano prevedibilissimi, e io li avevo già capiti cinquanta pagine prima che accadessero; la morte dei personaggi avveniva talmente all’improvviso e velocemente che non c’era quasi il tempo di accorgersene, e io – mi spiace davvero dirlo – non ho versato nemmeno una lacrima per loro; la narrazione è velocissima – o forse è colpa mia che ho macinato il libro in due giorni – e sembra scorrere via talmente rapidamente che a fatica si riesce a prestare attenzione a ciò che viene descritto; i nuovi personaggi introdotti mi sembrano piattissimi, ridotti quasi a delle marionette, e per fortuna per compensare viene analizzata molto di più la psicologia di quelli che già conosciamo, scelta che ho apprezzato molto.

Lo stile continua nella solita impostazione soggetto – verbo – complemento, che si è ripetuta per tutta la saga e che a me piace molto poco, ma fortunatamente non è pesante e dona quel tono incalzante necessario per una storia come questa; in più viene aggiunto, nella narrazione degli eventi, sin dal primo capitolo, il punto di vista di Tobias, oltre a quello di Tris, che consente di andare più a fondo nella sua psicologia – anche se, purtroppo, nello stile non c’è differenza tra i due personaggi, e avrei preferito invece che anche nel modo di parlare risaltasse di più la loro diversità – e sorgerebbe spontanea una domanda, a questo punto: per quale ragione Tobias diventa centrale solo nell’ultimo libro, quando è co-protagonista sin dal primo libro?
Una risposta c’è, ma non ve la dico perché la potrete scoprire da soli leggendo.

Per quanto riguarda il finale, che molti hanno criticato e altri osannato, io ho un sentimento contrastante. Infatti, secondo me la situazione che viene rappresentata nell’epilogo è sensata e capace di chiudere degnamente la saga: mette tutto al suo posto e ripristina una situazione più o meno pacifica. Penso però che ci sia stata una morte quasi assurda, che sembra essere buttata lì solo per far soffrire come dei cani i lettori – e per cui io non ho versato una lacrima anche a causa dello spoiler, che riguardava proprio questo – e che è stata causata da un’azione che non si concilia granché con la psicologia del personaggio. Più che disperata, insomma, mi ha lasciato interdetta, anche se lo sapevo già, e addirittura mi veniva voglia di ridere.

Allegiant, insomma, è un libro godibile, che si legge veramente in fretta, e ve lo consiglio se avete già letto gli altri due libri della saga di Divergent, di cui questo è la degna conclusione; se però siete lettori come me, che amano i punti e virgola e vorrebbero frasi un po’ più lunghe di due righe, dopo questa saga vi consiglio di cambiare completamente registro e di incominciare un altro libro completamente diverso. Io ho iniziato proprio oggi Dalla parte di Swann, che non è altro che il primo libro di Alla ricerca del tempo perduto, di Marcel Proust.
E … beh, ho come la sensazione che questa eptalogia diventerà il mio libro preferito, se riuscirò a finirla.
Vi lascio e mi immergo nelle sue tremila e più pagine.

Ci si rivede!

L’amico ritrovato… ma anche no.

Attenzione: questa è un’analisi critica.Questo significa che:
1. Prova ad analizzare il libro da un punto di vista narrativo, esprimendo però la mia opinione in merito.
2. Spoilera. Per leggerla, dovete aver letto il libro.

Ho letto L’amico ritrovato, di Fred Uhlman, sia in lingua inglese che in italiano, e mi è stato presentato come un grande capolavoro della letteratura dell’ultimo secolo. Un piccolo grande gioiello di libro. E, ehm… no. Direi che proprio no.
Non è un libro fatto con i piedi, eh; a questo non arrivo. Ma certamente, sotto moltissimi aspetti, non è al livello per il quale mi è stato presentato.
E adesso tenterò di spiegarmi meglio parlando di ogni aspetto del libro.

Allora, innanzitutto parliamo della trama.
In pratica il libro tratta tre cose: Hans che conosce Konradin, Hans che fa amicizia con Konradin e Hans che rompe l’amicizia con Konradin. Questi due sono due normali ragazzi adolescenti che vanno in una scuola privata, di condizioni sociali diverse, e si conoscono perché diventano vicini di banco. Uno si chiede: e dunque? Il problema è che siamo nella Germania nazista, Hans è ebreo e Konradin ha i genitori che sostengono Hitler.
E okay, a sentirla così va bene; ma, per come la vedo io, Uhlman ha sviluppato tutto ciò in modo orribile.
Innanzitutto: dal capitolo 1 sembra che la conoscenza di Konradin sia soltanto un’introduzione, in modo che l’autore poi si concentrerà sulla loro bella amicizia e sul ritrovamento finale; piccolo particolare, questa presunta introduzione dura 9 capitoli su 19, cioè più di metà libro.E va bene, accettiamo.
Proseguendo nella storia, esattamente al capitolo 7, mentre Hans è concentrato nel fare amicizia con Konradin – si fa un sacco di pippe mentali perché lui viene da un famiglia nobile mentre Hans è un medio-basso borghese – scoppia un incendio nella casa dei suoi vicini, e muoiono tutti; e sono i suoi vicini, quindi Hans sente distintamente le loro urla mentre muoiono. Questi tizi non ci sono mai stati presentati prima, non hanno mai avuto un gran ruolo nella storia, ma ora la loro morte è terribilmente importante, perché fa cambiare idea a Hans sull’esistenza di un Dio. Ora, dato che la questione si apre e si chiude in questo capitolo e c’entra poco o niente con la trama, purtroppo ti ho cuccato, caro il mio Fred: si tratta di un modo per aggiungere una tematica calda al romanzo e per avere ancora più lettori. E va bene, accettiamolo.
Proseguendo nel capitolo 8, c’è una digressione sul paesino della Germania in cui vivono i due. Praticamente una recensione di TripAdvisor; tra l’altro assolutamente inutile, dato che la storia è ambientata a scuola, a casa di Hans e nei parchi intorno alla cittadina, e basta. Della vista che si gode dal ristorantino della città non ce ne importa assolutamente niente (e vi assicuro che se ne parla, e con un certo fervore). E va bene, accettiamolo (forse). Poi, nel capitolo 9, la storia riprende, e il capitolo termina con Hans che invita Konradin a casa sua. Oh, che bello! Ho pensato. Finalmente una bella descrizione della visita e della loro amicizia ormai consolidata! E invece no.
Il capitolo 10 è sul padre di Hans. Una serie di domande retoriche e nostalgiche sulla sua vita finita così tragicamente – il padre poi morirà. Il bello è che questo personaggio compare tra due capitoli e poi basta. Cioè, lasciami almeno il tempo di immedesimarmi, no? No. E lo accettiamo? Ci proviamo…
Il capitolo successivo, il numero 11, parla della madre, con lo stesso tono nostalgico del precedente. E siamo al quarto capitolo inutile: la madre compare soltanto per dare il benvenuto a Konradin quando lui arriva a casa di Hans, e fine.
Finalmente poi Uhlman, nel 12, si degna di dirmi che cosa sia successo nell’incontro, anche se sembra che i due abbiano passato tutto il tempo a discutere di libri russi. Ma vabbé, sorvoliamo… faticosamente…
Il clou della storia arriva poco dopo, quando è Konradin ad invitare Hans a casa sua; ma come mai tutte le volte che lo invita, i suoi non ci sono? Non fraintendetemi, non sono sarcastica: è un problema serio, per la questione dei genitori che vi dicevo sopra.
Solo che Hans naturalmente non sa che i genitori di Konradin sono razzisti, e quando lo scopre, Uhlman ci dice che la loro amicizia praticamente finirà. Il bello è che ce lo spoilera, perché la loro amicizia, in realtà, si rompe nel capitolo 17, e noi invece siamo al capitolo 15!
Ma non solo: questo spoiler palese dell’autore viene detto appena dopo un discorso di Konradin ad Hans, che ha commosso tutti e che tutti hanno chiamato il manifesto dell’amicizia libera da ogni vincolo. Eccolo qua sotto.

“Mio caro Hans”, disse con grande dolcezza, “accettami come sono stato fatto da Dio e da circostanze indipendenti dalla mia volontà. Ho cercato di nasconderti la verità, ma avrei dovuto sapere che non potevo imbrogliarti a lungo. Chissà, forse sarebbe stato meglio se te ne avessi parlato prima, ma sono un codardo e non ne ho avuto il coraggio. Il fatto è che non sopporto l’idea di ferirti. Eppure non credo di essere l’unico responsabile; non è facile essere all’altezza del tuo concetto di amicizia! Ti aspetti troppo dai comuni mortali, mio caro Hans, cerca, quindi, di capirmi e perdonarmi e, ti prego, non togliermi la tua amicizia”.

Poche righe dopo, l’autore dice:

Ma sapevamo che le cose erano ormai cambiate e che quell’episodio era l’inizio della fine della nostra amicizia e dell’adolescenza.

Cioè, nel senso: lascia che ci arriviamo con calma, no? Dopo ‘sto discorso, uno spera che i due restino amici comunque, e invece no, non puoi sperarlo, perché lui ti dice chiaramente che non sarà così. Allora che lo leggo a fare il capitolo 16, se so già come va a finire?
E infatti, state bene a sentire “l’amicizia libera da ogni vincolo” come va a concludersi.
Nel capitolo 16, arriva a scuola un nuovo maestro di storia che insegna ai giovani bambini la “pseudo-storia” traviata dalla presenza della razza ariana. Si tratta di un capitolo molto interessante, perché racconta tutte le menzogne che venivano dette ai ragazzini: si diceva, ad esempio, che i romani e i greci in realtà erano ariani, e quindi l’impero romano e la filosofia sono nati grazie all’intelligenza suprema di questa razza. Tutti vengono quindi infiammati dall’odio contro gli ebrei e dal bisogno di mantenere la razza pura (che già covavano nel loro profondo e che questo professore ha soltanto scatenato), e incominciando quindi ad offendere Hans in modo palese.
E Konradin non lo difende.
Beh, devo dire che questa è proprio la vera amicizia libera da ogni vincolo, no?
E puf. Come niente, siamo al capitolo 18. In un capitolo di neanche tre pagine, c’è la descrizione di anni e anni della vita di Hans in America, perché è scappato lì lasciando la Germania. Gli altri personaggi? Tutti dimenticati. O tutti morti: sembra che non faccia differenza. Era stata descritta, con urla e tutto, la morte dei vicini di casa di Hans, e invece per i suoi genitori viene detto di sfuggita. Come dire: toh, lettore, giusto perché tu lo sappia.
L’unico personaggio di cui si sa un po’ di più è Konradin che, nel capitolo precedente, ha mandato una lunga lettera a Hans in cui gli dice che tutto sommato Hitler gli piace.
Ecco una citazione della fine della lettera.

Mi ricorderò sempre di te, caro Hans! Hai avuto una grande influenza su di me. Mi hai insegnato a pensare e a dubitare e, attraverso il dubbio, a ritrovare Gesù Cristo, nostro signore e salvatore. Il tuo affezionato, Konradin.

Ora, sarà che sono atea, ma mi sembra che calchiamo un po’ troppo la mano su Dio.
Cioè, okay, Hans ha insegnato a Konradin a cercare Dio, e buon per lui; ma intanto l’amicizia è andata a farsi fottere, e mi sembra che quello sia un poco più importante. Giusto perché è il tema del libro, veh.
E infine, ci siamo. Capitolo 19: la grande rivelazione, colpo di scena pazzesco. Nell’ultima riga, si scopre che Konradin ha partecipato al complotto per uccidere Hitler, ed è stato giustiziato.Fine della storia e dell’amico ritrovato.
Immagino che anche voi vi siate accorti che una narrazione del genere non è accettabile. L’organizzazione non è selettiva, c’è una corsa verso il finale che sembra buttato lì, gli ultimi capitoli sono scritti a casaccio, tutti gli altri personaggi sono assolutamente inutili e vengono ignorati, ci sono almeno quattro capitoli inutili e il tema del libro non viene sviscerato a fondo come meriterebbe.

Ah, a proposito: una piccola parentesi sui personaggi.
Hans è figlio di un medico, Konradin di una ricca famiglia aristocratica, e quindi, come vi dicevo, ci sono tutti i casini mentali di Hans su come si può fare ad entrare nella grande nobiltà insita nel portamento di Konradin e blablabla. Okay, ci sta anche; ma facciamo attenzione all’età dei personaggi: sedici anni. Hanno sedici anni, e non si parla mai di una ragazza che sia una. Io li vedo i ragazzi a sedici anni: sono un’esplosione di ormoni con le gambe, e lo sono adesso come lo sono stati sessant’anni fa. Questi invece tra di loro discutono di letteratura russa tra di loro! E no, non sono gay e nemmeno asessuati, perché poi si scopre che Hans si è sposato con una ragazza di Boston, con cui ha avuto un figlio.
Palesemente qui c’è qualcosa che non quadra.
E la risposta mi arriva dalla breve biografia dell’autore nella quarta di copertina.

Fred Uhlman, nato a Stoccarda nel 1901, morto a Londra nel 1985, è una di quelle rare figure nell’ambito della letteratura che, con un solo libro, peraltro scritto in tarda età, nel 1971

Quindi avevi settant’anni.
E a settant’anni, ti metti a parlare con il punto di vista di un sedicenne.
Caro Uhlman, vuoi farmi credere che tu a sedici anni eri così? Parlavi solo di letteratura con il tuo migliore amico? Forse è che non ti ricordi com’eri quando eri adolescente?

Altra cosa che non mi è piaciuta è lo stile, per un semplice motivo: non c’è la minima differenza tra parlato, pensato e narrato. C’è la stessa complessità del periodo sia che il narratore adulto racconti la storia, sia che parli il protagonista, che per la maggior parte della storia è un adolescente; e l’unica, grande tecnica trita e ritrita per riempire le poche pagine del romanzo di artifici retorici è la serie ternaria, che in questo caso si riduce al ripetere per tre volte lo stesso concetto con parole diverse. Una serie ternaria stupisce e allieta, due o tre fanno sorridere … ma quando si arriva a più di cinque o sei nello stesso capitolo, che al massimo dura quattro pagine, io incomincio a stufarmi.

Ultima cosa che di questo libro non ho apprezzato particolarmente è il punto di vista.
L’utilizzo della prima persona dal punto di vista di Hans ha impedito all’autore di parlare anche degli altri personaggi, dimenticandosene alcuni, riassumendo frettolosamente la storia degli altri e tralasciando particolari fondamentali. Eclatante, in questo, è il capitolo 18, in cui Hans se ne va in America. È chiaro che, distante chilometri e chilometri dai suoi genitori, non può sentire le loro urla mentre muoiono; ma, a mio parere, sarebbe stata una buona idea parlarne lo stesso, magari utilizzando la terza persona sin dall’inizio, tagliando un po’ di TripAdvisor e aggiungendo più dettagli.
Altro grande dubbio: il cambiamento di idea di Konradin. Nel capitolo 17, si dichiara pro-Hitler; nel 19, contro Hitler. Vorrei sapere che cosa esattamente gli ha fatto cambiare idea, come hanno reagito i suoi genitori, come è riuscito ad avere i contatti del complotto e ad unirvisi e quali sono stati i suoi pensieri prima, durante e dopo la cattura. Tutto questo viene bellamente ignorato, e buttato lì alla fine del 19° capitolo soltanto per incuriosire i lettori a leggere il seguito che, appunto, è la storia dal punto di vista di Konradin.

Ora, una piccola parentesi su questa cosa del seguito.
L’amico ritrovato, nell’edizione della Feltrinelli che ho io, ha novantadue pagine, e la storia ne occupa ottantatré. Ottantatré pagine, di cui quattro capitoli, di sedici pagine in totale, potevano essere tranquillamente tagliati e non ci sarebbe stato nessun problema nell’economia della storia che, anzi, ne avrebbe giovato. Totale pagine da scrivere per questo libro: sessantasette. Dico, era così difficile scriverne altre cinquanta? Devi per forza pubblicare un altro libro? Cioè, se anche tocchi la soglia delle centoventi pagine, non ti mangia nessuno!

A questo punto, mi viene da chiedermi: perché tutti lo inseriscono pomposamente nella storia della letteratura? Perché? Che cos’ha perché tutti se ne innamorino?
Ma è ovvio: i grandi temi!
Innanzitutto, l’ambientazione della Germania nazista, che da sola rende il libro praticamente immune da critiche. A questo, ovviamente, si aggiunge il discorso sull’amicizia tra due ragazzi adolescenti molto diversi – uno ricco e l’altro un po’ meno, uno nobile e l’altro no, uno razzista e l’altro no -, che viene nobilitata e idealizzata anche se non è neanche così salda come sembra, tutta la questione su Dio e su Gesù Cristo, un po’ di letteratura che non fa mai male e in più, come ciliegina sulla torta, il fatto che un uomo di settant’anni abbia pubblicato un libro.
E puf, ecco che Fred Uhlman lascia il segno.

Spero a questo punto di avere chiarito il mio punto di vista.
La conclusione, sostanzialmente, è che il libro non è terribile quanto altri e che si può anche leggere per i temi trattati, ma, secondo la mia personalissima opinione, non è certamente uno di quei capolavori della letteratura che vanno letti assolutamente prima di morire, e potete farne tranquillamente a meno.

Ah, il seguito non l’ho letto, perché dopotutto ho deciso che non mi interessa. Succede così quando i libri sono scritti male.
Detto questo, distruggetemi.

Il quinto giorno: biologia e narrativa si tuffano in acqua insieme.

Attenzione: questa è una recensione, anche se lunga, e quindi non faccio spoiler.

Ho fatto una vacanza-studio in barca a vela, quest’estate, e i due ricercatori che mi assistevano, conoscendo un po’ i miei gusti e la mia enorme passione per il mare, mi hanno consigliato di leggere il quinto giorno, di Frank Schätzing, cosa che ho fatto senza nemmeno aspettare di scendere dal catamarano.

Si tratta di un thriller scientifico di 1020 pagine di lunghezza, edito da Tea, che parla di un argomento estremamente interessante. In questo libro il mare, stanco che l’uomo spadroneggi sulla sua superficie e vi riversi dentro tutte le schifezze possibile e immaginabili, improvvisamente si ribella, sfoderando armi che nessuno sa combattere: branchi di milioni di vermi distruggono il ghiaccio che tiene intrappolato il metano nello zoccolo continentale della Norvegia, generando blow-out e devastanti maremoti; balene e orche si alleano per affondare le navi del whale-watching; i pesci evitano le reti, le meduse invadono le coste… cosa si può fare per evitare che tutta l’umanità venga spazzata via? Decine di scienziati di tutto il mondo si riuniscono per cercare di scoprire un antidoto a tutto questo disastro, e troveranno una cosa che nessuno si aspettava…

Insomma, la trama è di quanto più geniale e intrigante si possa immaginare, con una suspense incalzante, situazioni realistiche e un solidissimo fondamento scientifico. È il punto forte del libro, e ha pure senso che sia così: per quanto riguarda un romanzo che dura mille pagine, se non ha una trama interessante, dal mio punto di vista, è praticamente illeggibile. Per come la vedo io, il fatto che sia un romanzo lungo non è assolutamente un problema: sono capace di leggerne anche di più lunghi e molto velocemente, se mi intrigano; capisco però che ci possano essere delle persone per cui la quantità di pagine è proprio un fattore determinante, e allora mi sento anche in dovere di dire loro che cento pagine si potevano tranquillamente tagliare. Il nostro Frank, in pratica, ha un piccolo problemino: in questo romanzone, vuole fare anche divulgazione.
Perciò, ogni tanto la storia viene interrotta per dare lunghe spiegazioni scientifiche e tecnologiche, che a volte c’entrano veramente poco con ciò di cui sta parlando. Alcune sono molto utili e anche interessanti, specialmente per me a cui il mare piace (lo smottamento dello zoccolo continentale, gli idrati di metano, l’intelligenza dei cetacei), ma altre sembrano messe lì giusto per far sapere ai lettori che lui conosce quelle nozioni, e altre ancora sono talmente intricate e inutili che si possono saltare senza perdersi nulla. È evidente che ha fatto un sacco di ricerche per rendere realistica la sua opera, e apprezzo moltissimo questo impegno; ma se avessi voluto leggere un saggio sul mare, avrei comprato un saggio, non un romanzo. Che tra l’altro ha scritto: si intitola il mondo d’acqua, e contiene tutte le ricerche fatte per scrivere questo romanzo.
In più, l’autore non perde occasione per sollevare una grande questione, che si trova oggi nel mirino dell’opinione pubblica, in modo da farsi più pubblicità e vendere; e d’altronde è laureato in scienze della comunicazione, ci sta che queste cose le sappia: domande di filosofia, etica e religione ogni tanto spuntano fuori, a volte senza un gran collegamento con l’argomento principale del libro, e Schätzing non esita a riempire pagine e pagine dei vari punti di vista che conosce, indirizzandoci però sulla sua idea. Sì, okay, interessante la situazione degli indiani d’America, ma cosa c’entra con la trama? Belle le discussioni filosofiche sugli alieni, ma non ti sembra il caso di lasciar riflettere anche il lettore come vuole?

La delusione tremenda del libro, secondo me, è il finale. Dopo novecentottantacinque pagine di spiegazioni scientifiche molto approfondite, l’autore, per salvare una situazione ormai diventata irreparabile, mette un’accozzaglia di fatti a caso, con poca logica e sostanza, senza nemmeno spiegare chiaramente che cavolo succeda, e infarcisce il tutto di discussioni teologiche, filosofia, flashback e personaggi che parlano da soli. Tutto questo in un unico infinito capitolo. Ho letto il resto del libro in nove giorni, e per leggere da pagina novecentottantacinque a pagina mille e quindici ci ho messo un giorno intero.

Per quanto riguarda i personaggi, ce ne sono un’infinità, ma l’autore ha fatto un discreto lavoro con loro: anche se non ne esiste uno solo che spicca sugli altri, di quasi tutti sono approfondite le radici, le ragioni profonde del loro agire e, alcune volte, anche la loro psicologia più intima. C’è qualche stereotipo qua e là, ma sostanzialmente i personaggi sono reali e vivi, e in alcuni casi si ha davvero l’impressione di vederli muoversi davanti agli occhi, come persone vere.

L’organizzazione del libro è molto studiata, e a mio parere Frank e il suo editore non hanno fatto un brutto lavoro: oltre a un prologo e ad un epilogo, il libro è diviso in cinque parti, ognuna di varia lunghezza e composta da capitoli molto lunghi. Questi, infatti, scandiscono i giorni in cui si svolge la vicenda, e narrano tanti avvenimenti che accadono contemporaneamente; per questa ragione, sono divisi a loro volta in tante parti più brevi, ognuna con un titolo: può essere il nome del personaggio di cui l’autore scrive il punto di vista, oppure l’argomento principale del capitolo, con una parola che, però, della trama dice ben poco, non facendo quindi anticipazioni.

Lo stile, in questo libro, è la cosa che mi è piaciuta di meno. E non perché Schätzing scriva male, ma perché è un vero e proprio minimalista: la sintassi è di una semplicità quasi ridicola, le frasi sono brevissime, al limite di the cat is on the table, e ci sarà un punto e virgola ogni duecento parole. In più, ho trovato anche degli orribili momenti in cui l’autore si autocompiace, cosa per cui provo un odio profondo. Per fare un esempio: la seconda parte del libro si intitola Château Disaster. Si dà il caso che questo nome venga ideato da un personaggio specifico della storia, il quale, dopo averlo pensato, dice: Oh, toh, va’ che bel titolo che ho inventato! Sì, è proprio il personaggio a pensarlo. Come no!

Infine, ciliegina sulla torta – ma può capitare, in mille pagine –, c’erano anche degli errori di battitura o di stampa, anche se pochi: virgole tra soggetto e verbo, la vita la cui vita.

In definitiva, ho dovuto riflettere molto prima di decidere se questo autore mi piaceva o no, perché ci sono alcuni punti veramente geniali (trama e personaggi) e altri che, invece, mi hanno lasciata un po’ o del tutto insoddisfatta (finale, divulgazione, stile).

Alla fine, per deciderlo, ho deciso di leggere un altro libro dello stesso autore, Limit: un altro thriller fantascientifico, ambientato sulla Luna. Un altro sulla teoria del complotto, ci scommetto quello che volete.

Vi saprò dire!

La saga delle Sfumature: analisi (molto) critica – terza e ultima parte.

Terminando l’analisi critica iniziata nella prima e nella seconda parte di questo articolo, ripropongo per l’ultima volta le premesse.

Piccole premesse prima di iniziare.

1 – Questa analisi contiene termini e parolacce che si riferiscono anche al linguaggio del sesso. Se vi disturba, siete pregati di lasciar perdere.

2 – Se non si fosse capito, la recensione è critica. È una mia opinione, e non voglio in nessun modo offendere te lettore a cui è piaciuto questo libro.

3 – È un’analisi critica e quindi spoilero a manetta.

4 – Ci sono tanti motivi per cui questo libro non mi è piaciuto, ma non mi disturba il fatto che tratti, in generale, di un rapporto sadomaso. Non mi è piaciuto come lo tratta l’autrice nello specifico, ma a questo arriverò con calma.

5 – Non venite a dirmi se non ti è piaciuto, perché l’hai comprato? o perché l’hai letto? Perché credo che sia una delle frasi più stupide e inutili che possiate dire, dato ch presuppone che io sappia che un libro non mi piace ancora prima di comprarlo. Se ora che l’ho letto potessi tornare indietro nel tempo, effettivamente, cancellerei il mio acquisto, dunque avvisatemi quando si potrà fare!

6 – L’articolo è molto lungo e quindi è stato diviso in tre parti. Questa è la terza parte.

L’operazione commerciale.

Posto che il libro fa cagare, posto che è inutile a tutti i livelli … perché ha venduto così tanto?
Leggiamo il retro della copertina di Cinquanta sfumature di grigio: quello che tutte le donne vogliono.
Oh-oh: mi è semblato di vedele un’opelazione commelciale!
È un libro che vuole vendere soprattutto alle donne, e che ha quindi tutti i requisiti che lo stereotipo della donna dovrebbe adorare: la crocerossina, la storia romantica, la perversione, l’amore che dura tutta la vita, il principe azzurro, il lieto fine, l’uomo bellissimo e ricchissimo, una bella casa, tanti pargoli.
È velo, è velo, non mi elo sbagliato, ho visto una blutta opelazione commelciale!

Conclusione in pompa magna: le citazioni.

Dato che vi voglio molto bene, non vi faccio mancare assolutamente niente: per terminare questa chilometrica analisi, passiamo anche a leggere direttamente dodici citazioni prese dai libri, con alcuni miei commenti. Le parti in grassetto sono quelle che ritengo più ridicole in assoluto.
Le pagine indicate sono quelle dei pdf che ho trovato.
Non vedevate l’ora, eh?

Citazione numero uno: uè, ciccia, quanto so’ figo!

Poco prima che i due incomincino la loro prima nottata di sesso, in Cinquanta sfumature di grigio (pagina 136), Anastasia firma il famoso contratto di Christian e poi fa la domanda fatidica: ma stanotte si scopa o no?

«Questo significa che stanotte farai l’amore con me, Christian?»
“Oh, signore. L’ho detto davvero?”
Lui rimane di stucco per un attimo, ma si riprende in fretta. «No, Anastasia. Primo: io non faccio l’amore; io fotto … senza pietà. Secondo: ci sono molte altre scartoffie da firmare. Terzo: non sai cosa ti aspetta»

Ridete. Liberatevi.

Citazione numero due: come osa stare dove stava lui?

Cinquanta sfumature di nero, durante una delle tante nottate di sesso, pagina 643.

“Tu sei mia, Anastasia”.
“Sempre”.

Piton, quando ha letto questa parte, stava letteralmente impazzendo.

Citazione numero tre: la lingua-delfino.

Cinquanta sfumature di grigio, nel loro primo rapporto orale, pagina 190.

«Oh … piccola … è fantastico» mormora.
Succhio più forte, facendo guizzare la lingua sulla punta della sua erezione colossale. Coprendomi i denti con le labbra, lo stringo nella morsa della mia bocca. [cos’è, una tenaglia?]
Lui sibila e geme. «Oddio… Fin dove riesci ad arrivare?» sussurra.
“Mmh …” Lo prendo ancora più dentro, in modo da sentirlo sul fondo della gola, e poi di nuovo sul davanti. La mia lingua guizza intorno alla punta, come su un ghiacciolo delizioso. Succhio forte, sempre più forte, spingendolo sempre più a fondo, facendo piroette con la lingua. “Mmh …” (seconda volta in due righe, eh!) Non avevo idea che fosse così eccitante dargli piacere, vederlo contorcersi per il desiderio. La mia dea interiore balla il merengue, inframmezzato da qualche passo di salsa.

Posso ridere?

Citazione numero quattro: perché i fazzoletti sono proprio fighi!

Cinquanta sfumature di grigio, quando Anastasia si ubriaca e Christian Grey viene a salvarla, pagina 88.

Grey mi porge un fazzoletto. Solo lui può avere un fazzoletto di stoffa, con le iniziali ricamate e fresco di bucato

E poi apri l’armadio dei tuoi genitori e ne trovi a quintalate …

Citazione numero cinque: i pericoli della società moderna.

Cinquanta sfumature di grigio, dopo la scena precedente, dopo che Christian ha salvato Anastasia e l’ha portata a casa sua, pagina 97.

«Be’, se fossi mia, non potresti sederti per una settimana dopo la bravata di ieri sera. Non hai mangiato (aiuto, l’istinto della nonna!), ti sei ubriacata, ti sei messa in pericolo».
Chiude gli occhi preoccupato, e sussulta. Quando li riapre, mi lancia uno sguardo truce. «Odio pensare a cosa ti sarebbe potuto succedere.»

Cioè, immaginatevi la scena. C’è ‘sto tizio incazzatissimo che sta parlando, e ad un certo punto chiude gli occhi e salta sul posto. Poi riapre gli occhi e si incazza.

Più finto di così …

Citazione numero sei: quella ha bisogno di rivedere le sue priorità.

Cinquanta sfumature di grigio, un altro esempio della malattia mentale di Ana Steele.
Qua sotto leggiamo un estratto delle regole che una Sottomessa di Christian deve rispettare, a pagina 148.

Sonno La Sottomessa garantirà di dormire almeno sette ore per notte quando non è insieme al Dominatore. Alimentazione La Sottomessa mangerà regolarmente per mantenersi in forma e in salute, scegliendo da una lista prescritta di cibi (Appendice 4). La Sottomessa eviterà gli spuntini fuori pasto, a eccezione della frutta. Abbigliamento Per tutta la durata del contratto, la Sottomessa indosserà esclusivamente abiti approvati dal Dominatore. […] Esercizio fisico Il Dominatore fornirà alla Sottomessa un personal trainer quattro volte alla settimana in sessioni di un’ora da concordare tra il personal trainer e la Sottomessa. […] Igiene personale / Bellezza La Sottomessa si terrà pulita e depilata con rasoio e/o ceretta in qualsiasi momento. La Sottomessa si recherà in un salone di bellezza a scelta del Dominatore nelle occasioni prescritte dal Dominatore, e si sottoporrà a qualsiasi trattamento il Dominatore ritenga opportuno. Sicurezza personale La Sottomessa eviterà di bere in eccesso, fumare, assumere droghe, o mettersi in pericolo senza motivo. Qualità personali La Sottomessa eviterà rapporti sessuali con persone che non siano il Dominatore. La Sottomessa si comporterà sempre in modo rispettoso e modesto. Deve riconoscere che il suo comportamento ha un riflesso diretto sul Dominatore.

Ora, sarà che sono un’adolescente, ma per quanto riguarda sonno, alimentazione, abbigliamento ed esercizio fisico, non mi devi assolutamente rompere le palle. Permetto di farlo solo ai miei genitori, e a volte nemmeno a loro: se devo crescere, sarà anche il caso che incominci a decidere io alcune cose che vanno bene per me, no?
Ed ecco la reazione di Anastasia, pagina 150.

«Non mi piace molto l’idea di accettare denaro per i vestiti. Non mi sembra bello.»

Praticamente l’unica cosa che non le va bene è quella di farsi riempire di soldi.
E poi io mi dovrei immedesimare con il personaggio …

Citazione numero sette: l’età mentale di Ana.

Prendendo sempre un estratto dal contratto di Cinquanta sfumature di grigio, pagina 149, incomincio a pensare che, probabilmente, l’autrice pensa che la sua Ana abbia circa sei anni.

[La Sottomessa] Sarà ritenuta responsabile di qualsiasi misfatto, trasgressione e comportamento scorretto commesso in assenza del Dominatore.

O mio dio, che cosa inaudita!
Cioè, non ve lo immaginavate? Una ventunenne deve essere responsabile delle proprie azioni!
Vi ho sorpresi, vero? Ammettetelo!

Citazione numero otto: la descrizione della stanza delle torture.

Per tutti gli aspiranti scrittori, direttamente da Cinquanta sfumature di grigio, da pagina 138 in avanti, ecco l’esempio lampante di una descrizione fatta malissimo!
Ana Steele entra per la prima volta nella famosa stanza rossa delle torture di Christian Grey, in cui lui tiene tutto l’armamentario di arnesi che usa per il sadomaso, e la descrive.
Questa descrizione viene fatta dal punto di vista di Ana che, in questo momento del libro, non ha mai fatto sesso in vita sua e non ha minimamente idea di che cosa sia il sesso sadomaso. Sta descrivendo ciò che guarda in sequenza, ciò che pensa e ciò che nota di più o di meno.

La prima cosa che noto è l’odore: cuoio, legno, cera con un vago sentore di agrumi. È un profumo molto piacevole, e l’illuminazione è tenue, delicata.
Non riesco a individuarne la sorgente, ma corre intorno al perimetro della stanza ed emette un bagliore soffuso.
Le pareti e il soffitto sono di un intenso color porpora, e danno all’ampio locale un’atmosfera intima. Il pavimento è di legno antico verniciato.

Notare già le priorità: odore, illuminazione, pareti, soffitto, pavimento.
La prima cosa che nota questa verginella innocente sono queste cinque cose qui.
Di fruste, verghe, croci e manette varie … ma sì, chissenefrega, sono robe secondarie!

Sulla parete di fronte alla porta campeggia una grossa croce di legno a forma di X. È di mogano lucido, con cinghie sui quattro bracci. Sopra di essa c’è un’ampia griglia d’acciaio appesa al soffitto – quasi due metri e mezzo per lato – da cui pendono corde, catene e manette di ogni genere. Vicino alla porta due lunghe pertiche lucide e intagliate, simili alle aste di una ringhiera ma più lunghe, sono attaccate alla parete come bastoni per le tende. Da esse pende un impressionante assortimento di fruste, frustini e attrezzi leggeri e soffici dall’aspetto curioso. Accanto alla porta c’è anche un solido cassettone di mogano, con i cassetti bassi e piatti come se dovessero contenere esemplari in qualche vetusto museo.
Mi chiedo di sfuggita che cosa contengano in realtà. Voglio davvero saperlo?
Nell’angolo in fondo ci sono una panca imbottita di cuoio color sangue e, fissata al muro retrostante, una rastrelliera di legno verniciato che assomiglia a un portastecche da biliardo, ma che, osservata meglio, risulta raccogliere verghe di varia lunghezza e spessore. Nell’angolo opposto c’è un robusto tavolo di un paio di metri di lunghezza, di legno verniciato e con le gambe intagliate, sotto il quale ci sono due sgabelli in tinta.

Questa non è una descrizione: è un catalogo. Guardate bene, perché c’è tutto: grandezza, materiali, funzione, disposizione. Sembra che Christian abbia messo questa stanza in vendita su eBay. Delle emozioni che possa provare Anastasia, neanche l’ombra.

Ma quello che domina la stanza è un letto.

E infatti, giustamente, una persona che entra in una stanza prima nota tutto il resto, poi si accorge che c’è qualcosa che domina su tutto. Normale, no?

È più grande di un matrimoniale, un modello a baldacchino con ornate colonnine rococò e la parte superiore piatta. Sembra risalire alla fine del Diciannovesimo secolo. Sotto il drappo vedo scintillare altre catene e manette. Non ci sono lenzuola … solo un materasso coperto di pelle rossa e cuscini di raso rosso ammucchiati su un lato.

Il nostro Christian ha gusto, devo dire: tra manette, catene è fruste, è riuscito persino a trovare le colonnine rococò! Per Anastasia, giustamente, sono talmente importanti che le nota ancora prima delle catene e manette.

A qualche metro di distanza c’è un ampio divano Chesterfield rosso scuro, collocato al centro della stanza e rivolto verso il letto. Che strana disposizione … un divano rivolto verso il letto. Sorrido tra me e me: definisco strano proprio il divano, che in realtà è l’arredo più normale della stanza.

Prima mi dici la marca del divano, poi una cazzata e infine l’apoteosi del ridicolo: la correzione della cazzata in tempo reale! Io avrei semplicemente fatto questa operazione: Che strana disposizione … un divano rivolto verso il letto  e la frase seguente non avrebbe neanche visto la luce.

Alzo gli occhi e guardo il soffitto. Ci sono moschettoni appesi dappertutto. Mi chiedo vagamente a cosa servano.
La cosa curiosa è che tutto quel legno, le pareti scure, la luce soffusa e il cuoio rosso rendono la stanza quasi intima e romantica …
So che è tutto tranne questo. È la versione di Christian dell’intimità e del romanticismo.

Prima mi dici che non è intimità e romanticismo, poi mi dici che è intimità e romanticismo. Deciditi!

Citazione numero nove: Anastasia laureata in inciampamento sperimentale.

Cinquanta sfumature di grigio, il primo incontro tra Ana e Christian, pagina 15.

Apro la porta e inciampo. Cado lunga distesa lungo l’ufficio. Merda!

Cioè, questa è inciampata nei suoi piedi.
Ma come ha fatto? In che cosa è inciampata?

Citazione numero dieci: tocchiamo il fondo della merda.

Lo stile della James poteva peggiorare?
Ebbene sì! In Cinquanta sfumature di rosso, il terzultimo capitolo è scritto dal punto di vista di un bambino di quattro anni, con la sintassi di un bambino di quattro anni!
Ecco una dimostrazione a pagina 1218.

C’è un grande albero nella stanza con i divani  grandi. È grande davvero. Ne ho visti altri così, ma solo nei negozi. Non dove ci sono i divani. Nella mia casa nuova ci sono un sacco di divani. Non solo uno. Non un solo divano sporco e marrone.

È più bravo Tarzan!

Citazione numero undici: io sono Christian e lui è Christianuccio.

Cinquanta sfumature di grigio, quando Anastasia è faccia a faccia con il pene del suo amore. Prima che ciò succeda, Christian le dice questo, pagina 189.

«Voglio che tu faccia conoscenza, se possibile amicizia, con la parte del mio corpo che preferisco. Sono molto legato a lui.»

Avete presente gli uomini che chiamano per nome il loro pene? Christian è uno di loro!

Citazione numero dodici: CENSORED

Cinquanta sfumature di rosso, pagina 395, durante una scena di sesso orale.

Io faccio scorrere la lingua sulla punta, leccando la perla di rugiada che stilla da lui.

Rugiada. C’è veramente scritto rugiada.
Cara James: hai scritto porcate per tre libri e non riesci a dire sborra?

Ora che ho finito questa faticaccia immane di scrivere questo articolo, concludiamo con una parentesi sull’autrice, che in un’intervista ha detto: “Volevo scrivere un libro romantico in cui i personaggi si innamorano felicemente“.

Ho letto ora su Focus D&R che una scimmia, battendo i tasti a caso sulla tastiera, ha una possibilità di scrivere l’Amleto su 4,4 x 10 alla 360783esima.

Detto questo, cara Erika Leonard James, non posso augurarti altro che …
Ritenta, sarai più fortunata!